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Manifestinno a Firenze

La grafica orientata a portare innovazione e progresso
I manifesti realizzati su invito da 30 giovani progettiste italiane

Una produzione Hublub
a cura di Nicola Zanardi e Mario Piazza

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Firenze
Padiglione Spadolini - Sala dei Convegni
dal 25 al 28 ottobre 2007


(testo di Hublab)
INNOVAZIONE VERSUS CONFORMISMO


Coltivando tranquilla l’orribile varietà delle superbie
la maggioranza sta
come una malattia,
come una sfortuna,
come un’anestesia,
come un’abitudine
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria (De André)

“Il termine conformismo indica ciò che prende una forma già definita in precedenza, senza tenere conto della libera espressione di ciò che entra in quella forma.
In ambito sociale si definisce conformista colui che, ignorando o sacrificando la propria libera espressione soggettiva, si adegua nel comportamento complessivo, di idee, di aspetto e di regole, alla forma espressa dalla maggioranza.
L’origine del conformismo risiede molto spesso nella radice animale dell’essere umano che attinge le sue paure dalla solitudine fuori dal branco. Normalmente, le persone non conformiste hanno già sviluppato un livello di coscienza diverso che permette loro di poter sfidare i comportamenti comuni senza soffrirne.
Solitamente si hanno personalità non conformiste negli artisti, negli scienziati, nei filosofi e negli statisti, quindi in tutti coloro che danno a sé stessi la possibilità di libera espressione fuori dalla forma predefinita dall’ambito sociale e storico in cui vivono”.
Le righe precedenti costituiscono la definizione di conformismo di Wikipedia, elaborate secondo le tipiche forme in progress del sapere nate con Internet, e definiscono in modo molto piano alcuni legami con i meccanismi propri di una democrazia. Il concetto di maggioranza, l’imprinting dell’uomo come essere sociale in grado di assoggettarsi alle regole e, contemporaneamente, lo stesso istinto animale teso ad affermare i propri convincimenti anche con l’intelligenza e l’astuzia così come con la prevaricazione e la forza. Assecondando e soccombendo a chi dimostra una superiorità, spesso quantitativa, numerica, di forza, con mezzi più o meno etici.
Nelle società occidentali, dopo la seconda guerra mondiale, le democrazie hanno consolidato i propri meccanismi di rappresentanza dando continuità istituzionale e sociale alle società stesse. Il concetto di maggioranza relativa e assoluta, e la sua pervasività, soprattutto attraverso i mass media, è garante incontrastato della tenuta delle istituzioni stesse.
Anche società particolarmente vocate all’individualismo, da una parte, hanno tutelato in forme più rigide, ma spesso solo di facciata, le minoranze che via via si sono stratificate con il modificarsi degli asset sociali ed economici locali e globali.
Dall’altra hanno favorito la creazione, in ambito economico e politico, di elite (?), lobby (?), gruppi allargati, poteri alleati e dinamiche di trasmissione delle conoscenze consolidando le caratteristiche già privilegiate di partenza.
Se ora andiamo a cercare su dizionari, cartacei o più dinamici come quelli online, la definizione di innovazione, una delle parole più pronunciate e scritte degli ultimi decenni, troviamo verbalizzazioni tautologiche e autoesplicative ma nessun significato di quelli che vengono attribuiti all’ombra del suo carismatico ombrello.
Come creatività, talento, merito, eccellenza, rischio, intelligenza, connettività, sapere, conoscenza ecc.
Sempre scegliendo la comoda e facile autostrada digitale, senza scomodare i grandi pensatori o l’abusata strada della citazione illuminata proveniente dal passato, non si trova, cercando nei motori di ricerca in lingua italiana, nessuna relazione conclamata tra innovazione e conformismo.
Come mai succede questo? Perché in nessun convegno questo argomento viene trattato?
Perché, in sede accademica, non vi è alcun interesse a questa relazione che presuppone un percorso di senso rispetto ai ruoli e non solo di significato. Forse perché la maggioranza tende a considerare l’innovazione come un processo che si può implementare dall’alto?
Forse perché il mantra ricerca e innovazione, recitato ogni giorno da media, politici, accademici e in generale opinion leaders, ha forza propria e trainante a prescindere dal significato delle parole, come i mantra veri e propri?

È significativo che le parole merito (desueta) e mercato (discontinua e abusata) si mostrino   finestra del mondo delle diseguaglianze.
Dove per merito si intende le stesse possibilità di formazione a prescindere dalla classe sociale, che non sono certo scomparse ma si sono riorganizzate sulla base dei nuovi asset appunto, e per mercato si intende un luogo reale o virtuale dove tutti espongono le proprie merci reali o virtuali (modificazione, quest’ultima, che comporta molti elementi di novità).
C’entra qualcosa la selezione per censo e per famiglia nella costruzione della qualità di un Paese e nel suo Pil? Esiste un Pil della qualità che può assomigliare alla parte più capace di un Paese e non solo ai suoi rapporti di forza? Come si individua?

Invenzione, genio, tecnica, progresso, creatività. In queste cinque parole c’è una interessante sintesi della storia dell’uomo.
Sintesi che può stare tranquillamente sotto la voce conoscenza. O più precisamente su un aspetto specifico del conoscere, che si fonda sulla capacità, innata e nello stesso tempo in grado di essere coltivata dalla più tenera età, di immaginare. L’immaginazione potrebbe essere definita cognitiva, in una fusione originale di tanti elementi che già esistono nella realtà, l’idea che sul tappeto pieno di nodi e mai finito della conoscenza si innesti la capacità di uno scarto, di contrappunto, di una fuga. Tutte caratteristiche ben presenti negli anni dell’infanzia. Cosa succede da quel momento in poi? È il mondo adulto che scaccia da sé la propria immaginazione, per assecondare percorsi di “tranquillità interiore”? O stiamo parlando di una democrazia che deve fare i conti in questi ultimi sessant’anni con il più lungo periodo di pace (nel mondo occidentale) e di conseguenza il più lungo periodo di potere delle stesse persone? È invecchiato il mondo o sono invecchiati coloro che stanno appunto nella sua maggioranza?
Quanto il principio di conservare e di conservarsi può sostenere un mondo che, per sua natura, tenderà sempre a proiettarsi in avanti?

Nel nostro Paese quanto tempo dedica, oggi, un professionista architetto, un gruppo di teatro, un ingegnere con una ipotesi di brevetto a cercare di sopravvivere nei meandri della valorizzazione del suo progetto?
Quanto pesano, nel loro time sheet quotidiano, le risorse dedicate ai processi burocratici, alle pratiche, agli arbitrii che esondano da un sistema normativo bulimico costantemente in precario assestamento? Tutte dinamiche che portano immobilismo, staticità, frustrazione.
Se la burocrazia è la faccia feroce e inossidabile di un conformismo mirato alla tutela di privilegi non dettati da alcuna qualità, la mancanza di rischio, di fare con il pericolo di
sbagliare, di costruire alleanze per avere massa critica è il profilo di una economia imprenditoriale che vuole solo vantaggi e nessun onere a scapito dei più piccoli, dei più deboli, dei più onesti. E non è detto che i più piccoli, i più fragili, i più onesti non abbiano un posto sui mercati dove c’è davvero competizione. Quelli globali e aperti, che valorizzano tutte le nicchie. Anche le più piccole. Spesso in forza della loro diversità.

L’innovazione presuppone un terreno politicamente ricco di visione e di capacità attuativa, un’organizzazione sociale sensibile ai contenuti e non ai contenitori, un sistema formativo molto più centralizzato e molto più flessibile (finalmente flessibile). E il coraggio di praticare eutanasia alle imprese senza un accanimento terapeutico su soggetti imprenditoriali palesemente estinti considerando il fallimento come un inevitabile corollario di un tessuto produttivo brillante e non come una pietra tombale sull’esistenza.
Il che vuol dire vivacità, leggerezza calviniana e flessibilità delle classi dirigenti in apparati che producono realtà conformi alla loro conservazione.

E ancora un credito all’impresa nella sua accezione più ampia con particolare attenzione ai soggetti imprenditoriali più fragili e più difficili da inserire in categorie precostituite. Un credito che presupponga un rischio vero e proprio, sul merito e sui contenuti, da parte del sistema economico, finanziario e politico. Che sappia metabolizzare la diversità intellettuale, di credo, di visione come elemento di ricchezza.
In questi anni, in Italia, solo alcune categorie professionali, normalmente appartenenti a categorie protette, hanno visto aumentare i loro redditi, così come il rapporto tra stipendio dei manager e salario medio dei dipendenti della stessa azienda è saltato completamente.
Che vuole dire, per esempio, che il Presidente di un istituto bancario può arrivare a emolumenti complessivi superiori di 500 volte a quelli di un dipendente medio. Senza nessun rapporto con le performance dell’istituto stesso.
Cosa c’entra l’innovazione con tutto questo? Vuol dire che una banca ci penserà molte volte prima di rischiare su un progetto innovativo, che spesso i suoi funzionari non saranno preparati ad affrontare sfide innovative, che il loro obiettivo sarà quello di portare i profitti sempre più in alto rischiando il meno possibile. Che ogni suo dirigente sarà sempre più conformista se vuole mantenere i suoi privilegi. Così come il politico sarà tanto più bravo quanto è in grado di aiutare un suo elettore imprenditore a prescindere dai contenuti e dalle prospettive del business. Gli stessi imprenditori in erba passeranno più tempo a cercare le risorse per partire con la propria idea imprenditoriale che non a concentrarsi sul core business. Questo processo, con accenti e modalità diversi, si esplicita nel mondo accademico dove il conformismo si traduce sic e simpliciter in potere puro e diritti garantiti a vita.
La capacità mentale e fisica di cambiare è una condizione necessaria e sufficiente per qualsiasi progetto ma la piramide va rovesciata.
La mancanza di flessibilità alla classe dirigente aumenta il tasso di conformismo di un Paese, ne impedisce il ricambio non esclusivamente generazionale, crea un tappo insuperabile alla liberazione di nuove risorse. Non è dai lavori più umili e della loro precarizzazione che può partire la liberalizzazione dei mercati.
Un paese conformista tende ad escludere gli eterodossi, gli individualisti, gli sperimentatori, i trasversali e a valorizzare chi si mette insieme in corporazioni, ordini, associazioni politicamente controllabili che lavorano sempre per non fare entrare altri soggetti. È inutile partire da un rilancio del Mezzogiorno, peraltro il più grande serbatoio di giovani del Paese, se si fa finta di non vedere che in larghe aree non esiste la legalità.
E le regole sono il primo atto di una buona innovazione. Non suoni strano. Così come l’improvvisazione musicale e artistica in generale nascono dalla rottura di regole già metabolizzate.
I mercati senza regole non servono ai consumatori, fanno comodo solo a chi vende. E la ginnastica mentale dell’innovare è resa inerte dalla paralisi delle strutture.

Non possiamo certo pensare di abolire il conformismo. Possiamo, però, focalizzare qualche semplice principio per aiutare ogni tentativo di innovazione. Un passaggio obbligato tra la conoscenza – e tutto quello che sta sotto il suo ampio ombrello – e l’ economia.


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MANIFESTINNO.
UN MANIFESTO PER L’INNOVAZIONE.

1) Conoscenza come capitale intellettuale, modello mentale, come pratica, come valore di mercato.

Mentre noi, cercatori di tesori terrestri, procacciatori e accumulatori d’oro, siamo padroni di noi stessi, coerenti, armoniosi, fino all’ultimo istante (E.L.Masters)

2) Diffusione di una cultura della visione e della condivisione.

Noi che vogliamo essere allievi di tutti, maestri di tutti. E di tutti amanti (W.Whitman)

3) Sapere come confronto e accettazione. Sempre.
Scienza, sapienza, carità: la Verità è tutto (A.Olivetti)

4)Rispetto dei lavori creativi e innovativi nella loro accezione più ampia.
Tutte le grandi verità all’inizio sono delle bestemmie (G.B. Shaw)

5)Difesa delle individualità , dei talenti, delle biodiversità.
Ogni tanto una figura umana isolata conferisce l’unico tocco verticale a un mondo inesorabilmente orizzontale (J.Raban)

6) Riconoscimento del valore del progetto a monte della catena del valore produttivo.
Quelli che creano sono duri di cuore (F.Nietzsche)

7) Risorse condivise per mercati aperti.
Le migliori idee sono proprietà di tutti (Seneca)

8) Potenziamento delle capacità tecnologiche e  della didattica scientifica a tutti i livelli.
La fuga dalla tecnologia e l’odio nei suoi confronti portano inevitabilmente alla sconfitta
(R.M.Pirsig)

9) Valorizzazione delle idee fin dal loro concepimento.

Non abbiamo più inizi, incipit. I nostri riflessi sono orientati verso il pomeriggio e il tramonto. (G.Steiner)

10) L’innovazione è sempre il frutto di un sistema complesso e regolato. Mai dell’improvvisazione.
Ci sono cattivi esploratori che quando non vedono che mare pensano che non ci siano terre (F.Bacon)


(25 ott 2007 )


 

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12 dicembre 2018

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