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Una telefonata a Massimo Vignelli

La telefonata

Ho incontrato la prima volta Massimo Vignelli 2 anni fa, in una giornata piovosa e opprimente di quelle che capitano spesso a New York in primavera.

L’idea dell’incontro non era stata mia: comuni amici newyorkesi, designer di chiara fama e suoi ex colleghi, avevano suggerito “you should give him a call, he’ll be happy to talk to you”. Io non ero per niente convinta, e se non fosse stato per l’insistenza di quel suggerimento, e per la fiducia in chi lo aveva pronunciato, non l’avrei fatta, la telefonata. Come si fa a contattare così di punto in bianco una leggenda internazionale del design? Per dire cosa: “sono di passaggio a New York e ho sempre ammirato il suo (oppure “tuo” o meglio“vostro”) lavoro? Frasi che uno come MV si sarà sentito dire centinaia, migliaia di volte nel corso della sua incredibile, lunga carriera. Insieme a sua moglie Lella, Vignelli Associates è una delle poche “living legend”, del graphic design internazionale. Status recentemente confermato dal fatto che, oltre a alla moltitudine di riconoscimenti di ogni tipo, all’apparizione in film culto come “Helvetica”, a Vignelli Associates è stato anche dedicato un museo nello stato di New York. 

E inoltre: niente mail, niente SMS, whatsup etc. A MV si telefona sul telefono fisso, con prefisso 212, come si faceva una volta, quando avevamo il coraggio di parlare direttamente. Alla fine quel coraggio l’ho trovato e ho fatto il Numero. Dall’altra parte una voce bassa, senza accenti particolari, amichevole e sorprendentementemente disponibile, aveva suggerito, “Vieni a trovarmi che parliamo di lavoro, di design”. Alle ore mie di esitazione, avevano consciso pochi minuti per decidere di incontrarci da parte sua. 

La casa di MV

“You will see his house, lucky you” avevano commentato gli altri amici designer newyorkesi, curiosi sia degli esiti dell’incontro che del “mitico” appartamento nell’Upper east side, dimora e laboratorio di Vignelli associates. Luogo in cui MV mi ha accolto in quel pomeriggio opprimente, cordiale e affabile. Come un junior designer ventenne aveva già preparato 3 ipad carichi di progetti recenti da condividere con me, aggiungendo: “Hai portato qualche cosa di tuo da farmi vedere, spero..” Immersi nell’ambiente monocromatico elegante-minimalista del suo studio, abbiamo trascorso parecchie ore a guardare i progetti firmati Vignelli Ass degli ultimi anni. Che a differenza di quanto mi aspettavo, erano tutte cose recenti, e di grande scala, per clienti sparsi in tutto il mondo. Vignelli, celebre designer 80 enne, appariva perfettamente a suo agio con tecnologia e modalità di comunicazione del presente. Senza girarci troppo intorno ho chiesto delle vicende legate al controverso progetto del brand “città di Salerno” - storia che, come è noto, con la consueta capacità di approfondimento, la stampa italiana aveva ridotto a pochissimi elementi :“fee astronomico” a fronte di una striminzita “S” su fondo blu. Per rispondere mi ha mostrato una quantità insospettabile di materiale prodotto per quella controversa commessa. Materiale, di cui sui media Italiani non si è mai fatta menzione. Ma questa è un’altra storia. 

Poi abbiamo cambiato argomento e ci siamo messsi a studiare i miei di lavori, (gasp!) sui quali aveva un sacco di domande e curiosità (“ma come hai fatto a realizzare questo effetto?”) Domande vere da persona che lavora tutti i giorni, non da illustre pensionato. Domande su fornitori, materiali e tecniche, oltre a (inaspettati e quantomai graditi) complimenti. Con la modestia e l’interesse che solo un grande e autentico cultore ed esperto della materia riesce ad avere. 

Legacy

Parlare dell’impatto di Vignelli, del “canone” nella storia del design è compito della critica e di chi si occuperà di tramandarne la legacy. Ciò che, da designer di oggi possiamo fare è limitarci a registrare che:

1. Il cosiddetto “alto modernismo” di Vignelli continua ad essere dopo più di 30 anni un benchmark per tutti, detrattori compresi.

2. In controtendenza, il segno di Vignelli non è vintage bensì timeless. 

3. Lo stile Vignelli va al di la del segno grafico. È un’attitudine, un gesto di modernità “urbana”. e globale. Da abitanti delle città di tutto il mondo, che nel mondo si muovono (come ha fatto lui da Milano a New York, 50 anni fa).

4. Forse non è un caso che il design della più famosa metropolitana del mondo sia firmata Vignelli. Un sistema di segni, razionale e bello nella sua logica, che crea una rete di collegamenti tra le persone, le zone. All’insegna di una sempre maggiore apertura e scambio. Anche questo, anzi soprattutto questo, è Modernità. 

4. Quando si parla di italian design, made in Italy e altre cose del genere noi vorremmo che ci fossero altri personaggi come Massimo Vignelli.

Claudia Neri


(16 mag 2014 )




Aiap
via Ponchielli, 3
20129 Milano

19 febbraio 2019

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