Ancora un evento prodotto e diretto dallo studio Bellissimo di Torino per Bombay Sapphire. L'Inspirational Design Happening che si terrà a Padova il 27/02/10 avrà come ospite David Carson, uno dei più influenti typographer e art director degli anni novanta.
Sabato 27 febbraio 2010
Padova
viale della Navigazione Interna 91, Noventa Padovana (PD)
ore 19 David Carson Open Talk / Graphic Design / USA
ore 20 Cocktail Party
DJ set Giorgio Valletta
Ingresso libero fino a esaurimento posti, prenotazione obbligatoria (entro il 25/2)
Prenotazioni
Alberto Spadafora, alberto@bellissimo.it / Tel 011.19832415
L'evento di Padova (il 20esimo Inspirational Design Happening) sarà supportato dalla collaborazione e partnership di Alberto Del Biondi Industria del Design e Fuoribiennale.
estratto dal comunicato stampa
Pochi grafici hanno incarnato lo stile di tutto un decennio come ha fatto David Carson per i Nineties. A Carson è stata incollata l'etichetta del grunge: per i legami tra i suoi lavori e le immagini di Dinosaur Jr e compagnia, in particolare attraverso la rivista Ray Gun, in cui di musica si scriveva molto; ma soprattutto perché il suo linguaggio visivo è stato pervasivo, in quegli anni, come quel suono e quello stile nati tra Olympia e Seattle.
Ma il parallelo col grunge può essere fuorviante. Carson ha popolarizzato e diffuso un modo di fare grafica che coronava il linguaggio postmoderno fiorito negli anni Ottanta, soprattutto in architettura e in letteratura: l'accostamento di diversi stili, di antico e moderno, di linguaggi marginali, di cultura alta e cultura popolare. Il suo "caos" non è semplicemente quello di una chitarra distorta, ma quello del sovrapporsi di più tecniche e discorsi nella stessa pagina. La distorsione c'è: è quella di caratteri tipografici, immagini, colonne di testo che vengono rielaborate, sfumate, spesso perfino erose. Ma più di tutto il lavoro di Carson è il frutto di un approccio molto spontaneo in cui si attinge a qualunque strumento capiti sottomano per creare espressionisticamente. Il concetto base dell'esempio di Carson è farsi guidare dall'intuito anziché dalle regole.
È una lezione che Carson ha trasmesso a una generazione di grafici - soprattutto attraverso la sua attività di insegnamento, che è sempre molto intensa e lo porta frequentemente a spostarsi dall'Uruguay alla Nuova Zelanda in pochi giorni. L'incontro con progettisti giovani o in via di formazione ha sempre avuto un ruolo fondamentale per Carson, che lascia agli allievi molto spazio autonomo nel lavoro collettivo dei seminari e ne riporta spesso i frutti sulle pagine dei suoi libri, riconoscendo e attribuendo con cura i contributi di ciascun autore.
Il contraltare è stato, per diversi anni, il proliferare di uno stuolo di imitatori dotati di minor dedizione e molto minor talento. Il graphic design "alla Carson" negli anni Novanta è arrivato a un certo punto a stancare proprio perché era diventato lo stile dominante, e pochi sono stati i "carsoniani" in grado di creare grafica interessante come quella del loro idolo.
Un discorso a parte meritano invece i "pre-carsoniani": i grafici e i teorici che avevano sviluppato un linguaggio affine, nelle premesse e nei risultati, senza però avere un impatto immediato così ampio. Tutta la grafica postmoderna e quella decostruzionista devono moltissimo alle ricerche teoriche e alle sperimentazioni di Katherine McCoy, Ed Fella, Zuzana Licko, tra la Cranbrook Academy of Art e la rivista Emigre.
Alla Cranbrook docenti come l'architetto Daniel Libeskind avviarono una generazione di grafici a un filone di pensiero post-strutturalista ispirato negli anni Sessanta dal filosofo Derrida (e inizialmente influente soprattutto nel campo della teoria letteraria). Tra i risultati formali in campo grafico c'era ad esempio l'espansione degli spazi bianchi tra le righe di testo, o l'invasione delle note a pié di pagina negli spazi da cui dovevano restare escluse. Tutto questo discendeva da una visione in cui le forme della rappresentazione non sono viste come un aspetto solo superficiale, ma trasformano il senso intimo di ciò che viene rappresentato. I legami tra la teoria "decostruzionista" e la sua traduzione in uno stile visivo sono però stati spesso esagerati, e un Derrida masticato a fatica è stato spesso citato a sproposito da chi parlava di grafica o faceva grafica all'interno di questo filone.
Non è questo il caso di Carson, che non ha mai voluto sostituire alle regole del modernismo (che predicava forme essenziali dettate dalla funzione di un lavoro) un nuovo set di regole.
Ha certamente messo in discussione, davanti a un pubblico molto più ampio di quello mai raggiunto dai precursori, alcuni veri e propri punti fermi della grafica. La critica all'importanza degli aspetti funzionali nella progettazione si è affermata nel corso dei decenni in molti filoni che hanno esaltato l'espressività, la spontaneità e l'accettabilità della "decorazione" in contrapposizione ai principi del modernismo, della Bauhaus e della grafica svizzera. Non era mai arrivata però a popolarizzare gli estremi che David Carson ha proposto a un pubblico molto ampio negli anni Novanta. Decostruendo strutture ed elementi base, mettendo in dubbio l'importanza della griglia tipografica, Carson ha suggerito in sostanza che la leggibilità è un obiettivo sopravvalutato. Un'intervista a Bryan Ferry, che il designer aveva trovato "un po' noiosa", finì sulle pagine di Ray Gun composta completamente in Zapf Dingbats, una font fatta di soli simboli - anche se una versione diversa trovò spazio nelle pagine successive, seminascosta ma decifrabile. (Più tardi l'agenzia londinese Lunar usò la stessa idea per un annuncio di lavoro, pubblicato senza alcuna chiave per la decifrazione in modo da essere accessibile solo a un genietto del design tipografico).
Anche rifuggendo il funzionalismo, così come gli eccessi di teorizzazione, Carson non è indifferente o inconsapevole rispetto alle conseguenze pratiche del suo modo di fare tipografia o impaginare. Per esempio in termini di fruibilità. Facendo riferimento a una notazione di Katherine McCoy, ha ricordato in un'intervista con Design Taxi come «le cose che ricordiamo meglio sono quelle che leggiamo lentamente, o che ci richiedono un po' di tempo».
Un'impaginazione ostica, per Carson, può essere uno degli strumenti visivi che in realtà aiutano il lettore ad affrontare un testo e a trarne una gratificazione. Sarebbe un equivoco pensare che Carson abbandoni questa prospettiva in favore di un'esaltazione di un "progettare ingenuo" che vede il testo come una sorta di incidente di percorso, materiale grezzo e in fondo insignificante per una grafica che diventa fine a sé stessa.
Anzi, l'attenzione viva ai contenuti di ciò che si impagina - uno dei segni di un buon designer - in lui è sempre evidente.
Lo stile di Carson è uscito dalle pagine delle riviste per influenzare molto ogni forma di espressione visiva del suo tempo. Ha preso dal linguaggio della fotografia e del video, e a questi linguaggi ha restituito altrettanto e più. Si è detto che ha usato i caratteri tipografici come un pittore usa olii e pigmenti.
Ha avuto una forte influenza anche sui codici espressivi della pubblicità, con uno stile onnipresente nei Nineties.
Dopo un lungo lavoro sui media indipendenti, Carson ha lavorato per grandi corporation attive in ogni campo. Contro la tradizione, ha spesso insistito per far comparire il proprio nome nelle pagine pubblicitarie che creava.
Carson, che è stato anche professore di sociologia, è attento alla qualità e alle implicazioni etiche del suo lavoro commerciale, ma rifiuta gli atteggiamenti di chi denuncia ogni collaborazione con i grandi marchi in modo acritico.
Ha polemizzato senza timori con Adbusters, rivista capofila della riflessione no-global sulla comunicazione, che gli ha negato uno spazio di replica al manifesto "First Things First 2000" sulle dimensioni sociali della grafica. Non si è fatto scrupoli a rifiutare collaborazioni importanti quando non era convinto della competenza dei suoi interlocutori, non per arroganza ma per indipendenza di giudizio - e per questo ha ricevuto spesso un trattamento carico di disprezzo dall'establishment della critica e della grande comunicazione commerciale.
Descrive il surf, che pratica intensamente da molti anni, come un'influenza utile a superare l'abitudine a ogni adesione troppo stretta alle regole. Più in generale Carson apprezza la visione del mondo diffusa nella West Coast, la parte d'America in cui la cultura del surf ha storicamente un grande peso. Da lì, dice, viene la maggiore e miglior parte di produzione creativa nel mondo.
Nato in Texas, è cresciuto a New York ma ha viaggiato a lungo in tutti gli USA, a Porto Rico e nei Caraibi. Oggi ha uno studio in California e uno a Zurigo .
Il suo The End of Print, del 1995, è la monografia di grafica più venduta nel mondo. Lo hanno seguito 2nd Sight (1997), scritto con Lewis Blackwell, poi Fotografiks (1999) e Trek, del 2000. Un documentario sul suo lavoro è in produzione (www.thedavidcarsonproject.com).
(17 feb 2010 )
11 febbraio 2012