> Firma la petizione on line su SDZ <
> Gli interventi di M.Piazza e B.Chia in allegato <
Per la prima volta non sono solo i grafici e i progettisti a protestare: il progetto vincitore per il "marchio Italia" ha attirato giudizi negativi da chiunque, di qualsiasi categoria professionale, tanto è lontano dall'idea che dovrebbe rappresentare. Abbiamo riflettutto sul tipo di iniziative necessarie da intraprendere: non è la prima volta che una gara viene gestita in modo inadeguato, nè la prima volta che Aiap si muove, anche a livello politico, per l'affermazione di una strategia professionale, per la diffusione di una cultura della comunicazione e del design. È importante a questo punto non reagire di fronte al risultato estetico, ma piuttosto correggere la modalità attraverso cui tale risultato è stato prodotto. Sarebbe facile e sminutivo proporre marchi alternativi, come è facile, ma non efficace, trovare punti di critica da muovere alla sfortunata "it". Esistono e sono già stati messi in atto percorsi estremamente efficaci attraverso cui la pubblica amministrazione riesce ad perseguire un livello di qualità indiscutibile: esempio ne è il percorso progettuale lanciato dal Comune di Siracusa per la definizione del marchio/logo della città. Un risultato che sarà possibile raggiungere anche a livello nazionale.
Dal commento di Mario Piazza:
"Un dato di partenza ' la fragilità della nostra classe politica. Una
fragilit' cos' profonda che per un battito di ciglia collassa. Questo '
il vero dato, la vera sostanza del progetto sta nella qualit' che si
crea nella relazione. Il "ridicolo" che riscontriamo nel progetto ' il
"ridicolo" di un percorso o di un processo, che seppure indiscutibile
(' stato fatto dalla Landor non da sprovveduti o ingenui grafici della
domenica), produce un disvalore. Un qualcosa in cui noi, non in quanto
grafici, ma soprattutto come cittadini non ci riconosciamo. Non
vorremmo mai indossare questo abito, in primo luogo perch' non ci
rappresenta e non rappresenta neppure lo stereotipo (o gli stereotipi)
della nostra nazione. Forse è meglio esser conosciuti per il paese del
sole, della pizza e del mandolino. Simboli che sono archetipi
culturali, capaci di essere popolari, ma anche universali e quindi di
essere decodificati. Poi naturalmente viene la forma, che non '
irrilevante o secondaria. Ma senza la sostanza, la forma non serve a
nulla. Il progetto vincente ha in tutto ci' la sua debolezza. Il suo
non essere sintesi, la sua incapacità a rendere i sapori, i valori, i
difetti, i colori dell'essere Italia. La lettura del marchio ' un
percorso meccanico, dove ogni passo viene giustificato per sorreggere
il seguente. Ma una "i" bodoniana con un pallino colorato ' lontana
mille miglia dalla purezza ideale del bello di Bodoni o di Canova. E la
bellezza non ' una nostra dote? L'artificiosit' segmentata di questo
costrutto visivo ' mera deduzione, senza anima e passione. Ma l'anima e
la passione non sono una nostra dote? Che senso ha costringere una "t"
minuscola a dover somigliare, peraltro senza riuscirci, ad un profilo
geografico. Cos' con un percorso totalmente astratto, da chirurgo che
di certo non vive nei telefilm sui pronto soccorso, si sublima in un
sorta di sacco verde cose che hanno ben altre ragioni e forme. E la
forma della nostra nazione non ' una singolare dote? Il modello
deterministico e auto-valorizzante del marketing partorisce il
topolino. La presunzione asettica, che non si sporca mai le mani, che
non vive nella società, ma solo nei sondaggi e nei rilevamenti
statistici pensa davvero di poter produrre la sintesi di un paese? Un
corpo cos' ampio e multiforme - come una nazione - ' davvero difficile
pensarlo in un segno, ma cesellarlo con un insipido sapere tecnico è
davvero dare la risposta sbagliata."
Dal commento di Beppe Chia:
"Il clamore suscitato dal concorso per il marchio della promozione
italiana "It" ha posto l'attenzione sul valore che viene attribuito
dalla comunit' (anche di non addetti ai lavori) ad un artefatto grafico
e l'identità che questo dovrebbe rappresentare. Si tratta di un caso di
estrema importanza perch', al di l' della qualit' grafica
dell'artefatto in questione, per la prima volta la pubblica
amministrazione italiana con ritardo allarmante nelle sue pi' alte
cariche riconosce pubblicamente l'importanza di comunicare con coerenza
e rigore attraverso uno strumento come la comunicazione visiva. La
questione non è da poco perché potrebbe generare a cascata il
riconoscimento della progettazione grafica e del valore strategico che
la comunicazione visiva riveste nella promozione e nello sviluppo di
una comunità. Questo il bicchiere mezzo pieno, passiamo al mezzo vuoto
che sembra infiammare i nostri animi. Ciò che ci disturba e rattrista
sono le modalit' con le quali la pubblica amministrazione, ma non solo,
attiva i percorsi per dotarsi di questi apparati comunicativi.
Nonostante le buone intuizioni e la buona volont' gli strumenti che
adotta sono inadeguati. Concorsi, gare e appalti aumentano la distanza
e l'impossibilit' di relazionarsi adeguatamente con il mondo dei
progettisti e spesso non permettono di costruire dei buoni progetti. Si
intuisce il valore strategico dello strumento ma non si possiedono gli
strumenti culturali per attivare percorsi di progettazione veramente
articolati, partecipati e condivisi. La sfida non ' semplice perch' va
ben oltre l'auspicata osservazione di alcune semplici regole per
l'istruzione dei concorsi (norme icograda pubblicate su www.aiap.it) ma
coinvolge le modalità con le quali la comunità si riconosce nella
produzione di un artefatto grafico che dovrebbe rappresentarlo e
indossarlo. La gara il concorso non sono disgiunti dal risultato che
questi portano, le modalità di partecipazione segnano inesorabilmente
il progetto ne indicano, prima ancora che questo sia definito, il suo
destino di essere amato e utilizzato o ignorato e dimenticato rifiutato
dalla comunità. Le modalità con le quali si è costruito il marchio
Italia evidenziano questo scollamento."
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