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Aiap edizioni, Milano, 2017
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192 pagine, ill. a colori.

Progetto grafico 11

novembre 2007

Centinaia di migliaia di persone, di notte forse e comunque in situazioni clandestine, intente a copiare con una macchina da scrivere un testo facendone quattro copie. Il documento passava di mano in mano e ciascuna delle quattro copie ne produceva centinaia, migliaia di nuove e questo per migliaia di opere. Poche pagine o lunghi testi. Tutto in nome di principi semplici ma basilari. La necessità di libertà, l’amore per la letteratura e la poesia e la convinzione che la scrittura e la trasmissione di quei testi potesse essere il modo per difendere quei valori irrinunciabili. Tutto qui. Da queste poche considerazioni e dall’emozione provata vedendo e toccando per la prima volta un samizdat, è nata l’idea per questa apertura di “Pg”. La carta, la macchina da scrivere, la carta carbone, il testo. La realizzazione di un samizdat ha alcune implicazioni che riguardano l’attività del grafico. Chi mettendosi alla macchina da scrivere produceva quelle quattro copie diventava un editore facendo scelte di natura grafica. Formato, spaziatura, margini, titoli, paragrafi, illustrazioni, eccetera. Scelte semplici, magari inconsapevoli o automatiche, ma pur sempre scelte. Scelte affidate a un sistema di scrittura banale come quello della macchina da scrivere, però molto funzionale a trasmettere in modo chiaro concetti, notizie, valori fondamentali. Scelte, quelle di chi batteva quei tasti, che avevano necessariamente anche implicazioni estetiche. La composizione del testo, la confezione del samizdat, la sua rilegatura avevano di per sé un significato. Trasmettevano valori e potevano essere dirompenti o comunque una sfida nei confronti del potere. La formula editoriale di “Metropol’”: quattro pagine stese su un foglio da disegno raccolto “sotto una bella copertina di carta marmorizzata, graficamente studiata, stropicciata ad arte” era già di per sé, come più avanti testimonia Evgenij Popov, una rottura, un atto (un artefatto) trasgressivo e provocatorio. E il potere lo capì immediatamente. Poi battere a macchina assume altri sensi e valori. Le scelte dei ‘compositori’ si mescolano alle esigenze della poesia. Le parole hanno un senso anche per la loro messa in pagina, il loro ritmo grafico, la loro forma e quella della loro disposizione. In questa apertura di “Pg” 11 molti sono gli esempi di poesia visiva che documentano una vicinanza o una sovrapposizione tra i lavori di alcuni autori e la pratica del samizdat. Sono opere che puntualmente testimoniano anche la loro familiarità con il mezzo, la macchina da scrivere, e la rabbiosa necessità di negarlo, superarlo, di esasperarne le possibilità formali, di mettere alla prova la scarsa leggibilità dei dattiloscritti. Frantumando, strappando pagine e alfabeti come fa Dmitrij Prigov. Il samizdat è una forma pericolosa, tragica, disperata di autoproduzione che fa riflettere anche su tanta autoproduzione dei nostri giorni. Siti e blog in rete, stampati e riviste un po’ ovunque. Questa sezione è anche dedicata agli autori di questa sterminata autoproduzione resistente, sterminata informazione indipendente come mai in passato. Le pagine dei samizdat producono emozione, commuovono e fanno rabbia. Conoscerne la storia, vederle, fa bene, fa capire come la reazione verso il potere è sempre possibile. Centinaia di migliaia di opere e di editori lo testimoniano. Alberto Lecaldano

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