Enzo Ragazzini. Foto-Grafiche Optical


Mostra a cura di Daniela Piscitelli e Andrea Innocenti

Spazio Bevacqua Panigai
vicolo San Pancrazio 3, Treviso

Orario 10.00 - 13.00 / 15.00 - 19.00
giovedì, venerdì, sabato


Tutto cominciò per caso e per disperazione; avevo lasciato l’università, provato un po’ di lavori che avevo trovato noiosissimi, in casa ero braccato, mi guardavano con commiserazione: ma insomma cosa volevo dalla vita? Avevo osato dire in una discussione con mio padre che volevo fare un mestiere che fosse anche divertente - l’anatema fece rapidamente il giro dei conoscenti - (siamo negli anni ‘50, l’Italia è povera, è finita una guerra da poco), nessuno avrebbe scommesso un centesimo su di me. Stava per accadere un grande mutamento nella società, nessuno ancora lo sapeva, non lo sapevo neanche io, ma in compenso lo sentivo profondamente. Non esisteva a quei tempi la terminologia per affrontare un padre come il mio, in seguito nacquero quelle frasi e quelle domande che hanno lasciato interdetti tanti genitori. Mio padre era un osso duro, forte e autoritario, non voleva sentire stronzate; da un figlio maschio lui si aspettava la classica «pelle del leone».

Per un anno vissi emarginato, in casa non mi parlavano ad eccezione delle mie due preoccupatissime e tenerissime sorelle. Passavo le notti in un piccolo garage a sperimentare con le lenti, le carte, gli acidi e a fare piccoli lavori, anche la riproduzione di documenti. Avevo scelto di fare il fotografo, come avrete capito!
Fu proprio riproducendo documenti che mi capitò per le mani una carta meravigliosa: la Graforeflex della Ferrania, la sottoposi ai più spericolati trattamenti, solarizzazioni, inversioni, stampe a contatto usando grandi negativi umidi ottenuti con la mia nuova carta. Ricordo mio padre, che per fortuna capiva le immagini (dopo tutto mi aveva insegnato lui a 14 anni a fotografare e sviluppare), quando la prima volta, dopo un silenzio di mesi, entrato nel piccolo garage, sicuramente incuriosito da tanto fervore, ancora con la faccia scura si mise a guardare certe carte appese in quella stanza umida. Avevo fatto miracolosamente una serie incredibile di solarizzazioni multiple, completamente al tratto, molto raffinate pittoriche, spettacolari. Avevo solarizzato grandi fogli di Graforeflex dopo interminabili esposizioni sotto l’ingranditore, durante lo sviluppo avevo acceso la luce e l’immagine era diventata apparentemente tutta nera; per trasparenza questi fogli erano stupendi, avevano un’infinità di disegni e di dettagli. Avevo fissato i fogli di carta nera, li avevo lavati e ancora umidi li avevo stesi su una carta vergine, bagnata anch’essa; infine avevo esposto per trasparenza il sandwich con una lampada a specchio appesa al soffitto. Il risultato è incredibile!
Sembravano disegno, incisione, somigliavano a delle opere di Ensor, di Vespignani, di Man Ray, alla grafica dei primi cubisti quando interpretavano solo il contorno delle ombre. Mio padre guardò a lungo in silenzio poi mi chiese come avevo fatto - glielo spiegai - stette a lungo a sentire e quando se ne andò mi salutò. Solo più tardi capii che in quella circostanza la consegna della «pelle del leone» era avvenuta [...].
Enzo Ragazzini, "Provate a dimenticare...", Quaderni Aiap, n. 13-14, 1989, pp. 81-87


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21 ottobre 2017

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